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Breve storia del Bosco

Breve storia del Bosco

Pianta figurativa riferita al 1948 prima del dissodamento del Bosco

La Pianura Padana è la più estesa pianura italiana: ricopre un’area di circa 46.000 km². Essa è suddivisa in tre zone differenti, ognuna con diverse caratteristiche: l’alta pianura, la media e la bassa.

Il nostro territorio appartiene alla terza zona, “la Bassa Pianura”, definita anche pianura irrigua. I suoi suoli, dal punto di vista geologico, sono formati da materiali di origine sedimentario proveniente dal fiume Po e dai suoi affluenti, per questo motivo. La morfologia della Bassa Pianura, può essere considerata la risultante della rete idrografica, della subsidenza naturale e dell’intervento antropico.

I fiumi in pianura, sono caratterizzati da una bassa velocità di deflusso con conseguente esigua capacità di trasporto; questo porta a rapidi innalzamenti dei letti fluviali, per l’abbandono di sedimenti in carico; l’innalzamento quindi dei letti fluviali, in occasione di piene ( autunnali e primaverili), nei fiumi non arginati artificialmente dall’uomo, ha portato a diverse tracimazioni, riversando nel territorio, diversi tipi di sedimenti, come argilla, limo e sabbia. Le alluvioni hanno determinato nel tempo, la differente composizione morfologica del terreno della Bassa Pianura irrigua, portando ad avere zone più argillose ed altre più limose che rendono caratteristico il nostro territorio per la coltivazione di diverse culture, tra cui mais, sorgo, grano, soia, pere, uva e mele. Perciò, attraverso il ripetersi di queste cause naturali e della subsidenza, si è venuto a formare il nostro territorio composto da pianura, dossi e valli.

Successivamente altri eventi di natura antropica, hanno apportato al territorio diverse modifiche di spianamento e bonifica, lasciando però qualche tralcio di pendenze e dossi naturali.

Infatti la storia del Bosco della Saliceta è molto antica ed i molti avvenimenti, hanno portato ad un ampio diradamento di alberi ad alto fusto. Nel 1149, i monaci ottennero la proprietà del Bosco, ed effettuarono importanti lavori: iniziarono un’opera di bonifica e prosciugamento delle zone infestate dalle acque stagnanti, scavando canali e scoli necessari, che se pur riadattati, esistono tutt’ora e oggi fanno parte della tipologia agricola del territorio. In seguito a questa opera, l’ambiente naturale, perse il suo aspetto rude e primitivo, mantenendo però intatta la propria imponenza e maestosità. La bellezza del Bosco della Saliceta, suscitò nel tempo l’interesse di molte persone, a volte con intenzioni non del tutto positive; come il taglio abusivo degli alberi. A tal proposito in un documento del 25 Giugno 1332, era presente il divieto di tagliare gli alberi nei mesi di giugno, luglio ed agosto. Nel corso dei secoli, furono diversi i possessori del Bosco, tra cui gli Estensi, che lo utilizzarono nella seconda metà del XV secolo, descrivendolo come il bosco più esteso che si potesse trovare nella Pianura Padana, e allora comprendeva circa 510 ettari (un ettaro equivale a 10.000m²) e 48 are (un'ara equivale 100m²), ed occupava un circuito di circa 12 chilometri.

Già nel 1022, il Bosco della Saliceta, frazionato in 16 quadre di egual superficie (circa 35 Ha ciascuna), prese il nome ‘Saliceta’ per sottolineare la particolare e caratteristica presenza di una folta e naturale vegetazione difficile da penetrare, governata da diverse specie vegetali ad alto fusto, come roveri, frassini, pioppi, olmi, salici, sorbi, peri e meli selvatici (componente tipica della ‘Piantada’ padana). Le piante venivano inizialmente abbattute in un ciclo di 32 anni, in questo modo, nel bosco ogni anno veniva liberata una mezza quadra. Nel tempo questo processo di abbattimento si intensificò e, sempre di più l’uomo strappava al Bosco la propria funzione vitale, anticipando l'odierno degrado ambientale dell'area.

All’interno del Bosco, venne inoltre stabilita dopo il 1387 una riserva di caccia, attribuendo pene gravissime per chi fosse stato sorpreso a cacciare in modo abusivo. La fauna quindi presente era molto vasta, vi erano fagiani, lepri, cervi, daini, caprioli e volpi. Anche vari rapaci erano presenti nel bosco, come falchi, gufi, civette, oltre a martore, donnole e puzzole. L’animale per eccellenza però era il cinghiale, presente in gran numero.

Il Bosco della Saliceta, nei secoli, venne sempre più ridotto di dimensioni per motivi legati al sostentamento dei cittadini ed al continuo interesse nel trasformarlo in un territorio coltivabile. La singolare idea, nel 1834, di tentare la cultura del riso, non portò ad un soddisfacente esito, venne abbandonata sia per la scarsa redditività che per il degrado del territorio che aveva indotto. Iniziò di conseguenza un grande deterioramento delle condizioni ambientali, legato alla scarsa manutenzione dei canali di scolo delle acque, quindi sia le acque pluviali che quelle alluvionali investivano l’area del Bosco.

Nel 1950 un ulteriore disboscamento, venne a costare dalle 4 alle 7 volte il valore del terreno stesso, liberando così una superficie di 488 ettari, che diede la possibilità ad ottanta braccianti di costruire le proprie abitazioni grazie ai mutui concessi dal Ministero dell’Agricoltura, ma allo stesso tempo, privò il nostro territorio di una bellezza unica nel suo genere.

Bibliografia:

- Sabrina Rebecchi, Matteo Carletti, Paolo Campagnoli, Barbara Bondi, "Le Valli dei dossi e delle acque: geomorfologia, storia e archeologia, fauna e flora, itinerari", Comune di Mirandola, Comune di San Felice sul Panaro, 2001.

- Renzo Tonelli, Antonio Turco, "Il bosco della Saliceta. Cronaca e immagini", a cura delle Biblioteche comunali di Camposanto, Cavezzo, Medolla, San Prospero, 1980.

L'immagine è stata tratta dal seguente testo:

- Renzo Tonelli, Antonio Turco, "Il bosco della Saliceta. Cronaca e immagini", a cura delle Biblioteche comunali di Camposanto, Cavezzo, Medolla, San Prospero, 1980.

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